Il teatro dell’anima

Il teatro dell'anima -Libro di Mariadele Orioli
Il teatro dell’anima – libro di Mariadele Orioli

Questo è il terzo volume di una trilogia (Io dormo, ma il mio cuore vegliaL’aquila screziata di rossoIl teatro dell’anima) che si è sviluppata nel tempo in base all’evoluzione delle mie esperienze e dei miei pensieri, e alla luce della mia fede.

Ogni libro che scrivo nasce dal bisogno di donare e condividere qualcosa che mi ha rivelato sempre più concretamente il senso della mia vita e che perciò mi ha aiutata a vivere in modo più gratificante: se le mie esperienze potessero essere utili anche ad una sola persona, la mia fatica di espormi non sarà stata inutile.

Il presupposto fondamentale è la mia fede in un Dio che è il valore della mia vita. Credo in Lui non come fosse una vaga entità superiore indifferente e impersonale, o un’indistinta divinità in cui perdermi, o un tappabuchi che mi serve per tamponare le mie lacune, o un’illusione che mi aiuta a sopportare il presente proiettandomi in un domani utopicamente gioioso, o semplicemente una costruzione ideologica, una teologia astratta, una filosofia elaborata su misura dell’uomo per farlo sentire meglio.

La mia fede non è un’eredità che indosso e che non fa parte di me, non è una tradizione superficiale, un’abitudine, una superstizione ormai fuori tempo; non è una scappatoia, un espediente per non affrontare i problemi, un tentativo di dare uno scopo al mio vivere, una stampella su cui appoggiarmi per rimanere in piedi.

Sono inoltre convinta che gli “atei” non esistano, perché l’esistenza ci pone troppe domande a cui non si è in grado di rispondere (ci si riuscirà forse domani? mah, pare che più si fanno scoperte più aumentino le domande…). Sono troppi i misteri dell’uomo, dell’umanità intera e del mondo, troppe le “assurdità” della vita, e tutti abbiamo bisogno di credere in un qualcosa di cui fidarci, un qualcosa su cui contare, un qualcosa che ci rassereni un po’ e dia un senso a questo difficile esistere e al nostro innato anelito all’infinito. Penso perciò che anche gli atei abbiano una loro “religione”, e che chiamino con diversi nomi il loro dio, ossia tutto ciò in cui cercano un senso per la loro vita (umanesimo, filantropismo, politica, cultura, scienza, economia, salute, benessere, fortuna, prestigio, status sociale ecc.); un dio che gratifica, anche se solo in superficie; un dio che colma qualche vuoto, sebbene soltanto epidermico. Un dio piccolo, che non sa rispondere alle domande più segrete e difficili e non soccorre nessuna solitudine.

Io credo in un Dio che ha preso un corpo e si è fatto uomo, un Dio-Uomo che si è lasciato umiliare e uccidere ingiustamente per amore e che è risorto con il corpo; un Dio che esiste ancora come “uomo”, e che ancora condivide la mia stessa umanità. Un Dio che è rapporto concreto e personale con me: il Dio di Gesù Cristo.

Questo Dio-Uomo colma ogni mio abisso e risponde a tutto.

A pensarci bene è veramente una follia credere in un Dio che si è umiliato incarnandosi, e si è lasciato crocifiggere come il peggiore dei criminali. Che senso ha credere in un Dio così debole e perdente? Che Dio è, questo? Come si fa a fidarsi?

E se questo Dio così assurdo è soltanto una costruzione utile a far stare meglio, come si fa a inventarsi una religione così negativa? Come può farti stare meglio un Dio umiliato che muore in croce e ti dice: “Prendi anche tu la tua croce e seguimi”? Non ti invita semplicemente a sopportare (questo te lo dicono certi preti), ma a prendere, ad accogliere, ad accettare e a portare la tua croce.

Come può farti stare meglio un Dio che ti esorta a condividere tutto di te, ciò che possiedi e ciò che sei, e ti chiede di “dare la vita” senza risparmiarti, e di “amare i nemici”, un Dio insomma che pretende che anche tu, come ha fatto Lui, ti metta a disposizione di chiunque e ti lasci “mangiare” da chiunque, e ti dice apertamente che seguire Lui implica l’umiliazione, la derisione, la persecuzione, il martirio?

“Oppio dei popoli”, diceva quello (e non solo lui).

Soltanto perché oltre quella “porta stretta” ti si prospetta una misteriosa felicità eterna che puoi ottenere se accetti di subire qui ogni ingiustizia? soltanto perché l’inverosimile promessa di un premio altrettanto inverosimile ti impedisce di sollevare la testa?

Ma un Dio che sulla terra ha fallito, che garanzie può darmi inventandosi un cielo? Insomma, non regge…

E poi il punto è arrivarci, a questo ipotetico cielo…

Se le condizioni sono queste, meglio star bene qui, su questa terra che tocco, in questo presente che vivo, o almeno starci come meglio posso.

Quale filosofo intelligente avrebbe potuto inventarsi una religione tanto insensata e così contro natura?

Che Dio è, costui? Me lo sono chiesto per tanti anni.

Perciò: o non è vero niente, o a crederci si è davvero dei folli.

Il salto nell’assurdo, nel vuoto e nel buio, può farlo soltanto un folle (dal Rinascimento in poi si è saltato sempre meno… E non mi sembra che l’uomo sia diventato più felice e migliore).

Eppure è la condizione: saltare oltre.

Sfidi ogni logica, salti nel vuoto, rischi tutto, e… voli.

Sì, voli!!! Eccome se voli! Voli in Lui, nell’Aquila.

E non voli con l’immaginazione, voli con la vita.

Ti butti nell’assurdo, ti giochi il tutto per tutto…

E tutto cambia, tutto si trasforma, o meglio: si trasfigura.

Nessuno può convincerti di questo, devi provarci.

Devi giocarti tutto. E poi voli…

Io l’ho sperimentato, anche se in queste cose niente è mai definitivo… Perché spesso cadi ancora, ma poi ti rialzi e ricominci.…

E scopri (ed è un’avventura continua, una conquista continua, anche se sempre imperfetta e provvisoria, sempre in evoluzione) che in Gesù Cristo il tempo e lo spazio non esistono, che siamo tutti contemporanei e tutti presenti. In Lui tocchi l’infinito.

E non è un’illusione, o una forma di compensazione.

Non si tratta nemmeno di dimensioni emotive, perché la storia mi entra dentro tutta, concretamente, e non posso non condividere, perché tutta fa parte di me, e non posso non condividermi, perché appartengo alla storia.

Tutto questo è razionalmente assurdo, umanamente inconcepibile, perciò teoricamente fantastico e illusorio.

Tutta la mia fede è assurda, se rimango ancorata agli schemi della mia logica umana. Eppure, per quanto incomprensibile, non è astratta, perché il Gesù in cui io credo non è una religione, non è una filosofia, non è una teoria: è una Persona reale, e la mia fede è il rapporto personale, concreto e ininterrotto, con questa Persona.

Questo mi risolve un sacco di problemi, e dà senso a tutto (dico proprio “tutto”, sofferenza e morte comprese).

Che poi umanamente io viva le difficoltà di certe situazioni è naturale e inevitabile; che in certi momenti mi ritrovi al buio è ovvio. La fede non è facile, non è che la decidi una volta per tutte, non è che la acquisisci e la possiedi per sempre, come fosse un’ideologia o un bene ottenuto; niente affatto. La fede è un’avventura affascinante, e te la conquisti momento per momento, ti batti per conservarla anche quando tutto crolla, per voler credere “sperando contro ogni speranza” (Rm 4,18), contro tutto e contro tutti, ed è un combattimento duro, ma esaltante.

Dovrai attraversare momenti di buio, sì, ma prima o poi il buio finisce, e torna la luce. Magari solo per poco, chissà… E vai avanti così, anche nella tempesta, anche cieco, con le tue paure e le tue ansie, che però si fanno sempre meno angoscianti, e nel profondo stai sempre più “in pace”. Sei nella gioia di esistere, anche quando piangi, perché sperimenti che la vita è un dono prezioso, e ti fidi.

Questa fiducia intima è inspiegabile ed inestimabile.

Questa pace non te la può dare umanamente nessuno, mai.

E, soprattutto, niente e nessuno potrà mai portartela via.

Vivo nella certezza (non sempre facile o consapevole) che non sono mai sola, e che al mondo ed in me non esiste niente, ma proprio niente, che non abbia un senso.

Se chi non crede mi dice che vivo nell’illusione, in un mondo di astratte fantasie, rispondo che, comunque sia, vivo bene.

E se la filosofia può tentare di dimostrare che le mie parole valgono quanto le parole di chi non crede, che la mia fede è indimostrabile come la sua non fede, io sostengo che, ad un certo punto, credenti e non credenti saremo costretti a fermarci di fronte alla dimensione impenetrabile di tante realtà inaccessibili, incomprensibili ed inconoscibili.

Certo io non lo capisco il senso misterioso di tanti momenti della mia vita e la profondità oscura di tante situazioni; non lo comprendo, ed è sempre fatica accettare ciò che non si capisce; ma so che in questo Dio, oggi ritenuto ormai superato e inutile, se non addirittura ingombrante, tutto ha un senso; ne ho l’intima certezza, una certezza non razionale ma esistenziale, che custodisco con tutta la mia volontà, perché ora so che questa fede è la mia forza invincibile, e mi è diventata indispensabile per vivere, e a volte addirittura mi basta.

Solo compensazioni, le mie? utopie per sopravvivere?

Ovviamente credo di no, in ogni caso sono certa che io avrò vissuto meglio di chi queste “fantasie” le ha disdegnate.

Tutto questo sembrerebbe comportare un conflitto con l’impostazione razionalistica. Ma, secondo me, non è così. La ragione è una fondamentale peculiarità dell’uomo, e sicuramente va utilizzata al massimo. Ciò che ritengo pericoloso, perché limitante, è fare del razionalismo una religione, il fondamento della vita.

Per il mio modo di sentire, lasciarsi imbrigliare dalle regole della logica schiavizza, pone troppe condizioni, troppi limiti, troppi freni, troppe regole che sfociano nel materialismo e, benché questo offra certezze, perché la materia si può controllare e la fisica si può indagare, ci si ritrova però invischiati negli schemi, condizionati da troppe sentenze, rinchiusi in troppe gabbie, bloccati da troppe catene, ciechi di fronte alla sostanza imperscrutabile della vita. Se fai del razionalismo il criterio della tua vita, se fai del materialismo la tua religione, le loro leggi ti annientano.

La razionalità non va affatto esclusa, anzi; non va sottovalutata e neppure sopravalutata: va assunta per ciò che è, per servirsene con libertà, senza esserne succubi, per poi andare oltre.

La ragione non è una dimensione assoluta, e nemmeno preminente; è importantissima ma non è l’unica, non basta a se stessa, è condizione necessaria ma non sufficiente.

Inoltre non credo assolutamente che noi siamo soltanto una questione di biochimica. Assolutamente no. I miei pensieri, i miei sentimenti ecc. non sono fisici, sebbene nascano dalle esperienze che faccio anche con il corpo, dalle mie relazioni, dalle situazioni, dalla mia cultura, dalla mia personalità, dall’educazione che ho ricevuto, e anche dalle mie condizioni fisiche.

La scienza scopre sempre nuove e affascinanti abilità del cervello e una stupefacente specializzazione delle sue aree e delle sue cellule, ma i misteri restano. La scienza inoltre si affida ad un dio che cambia continuamente volto – ed è giusto che sia così, perché se esiste il progresso ciò è inevitabile. Sta di fatto che la scoperta di oggi contraddice quella di ieri, e la verità di oggi probabilmente non è più la stessa di domani, forse tornerà a esserlo dopodomani, chissà, e si procede sempre tra affermazioni e smentite e scoperte e riscoperte… Ed è ovvio che sia così. Deve essere così.

Certamente la scienza ha i suoi eroi e i suoi martiri, che spendono la vita per contribuire al progresso dell’umanità.

E sia ringraziato Dio, per questo impegno umano.

Ma nessuna scienza potrà darmi le risposte più profonde e più esistenziali che mi premono dentro; ci prova, certo, ma nessuna di queste risposte può appagarmi veramente. Nessuna.

Senza nulla togliere alle teorie e alle scoperte della scienza (ci mancherebbe!), la mia fede mi porta ad andare non semplicemente “sotto” le apparenze, “sotto” la superficie delle cose, ma mi spinge oltre: oltre ogni superficie soltanto fisica, oltre ogni apparenza esteriore, oltre ogni definizione puramente razionale, oltre ogni categoria circoscritta all’aspetto pratico o scientifico.

Per sentirmi intimamente appagata devo continuamente andare oltre, cioè penetrare sempre più in profondità, con la volontà più che con la ragione, soprattutto con il cuore più che con l’intelletto, per intelligere, cioè per “comprendere” e “conoscere”, nel senso delle parole di San Paolo: “Il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,18-19). “Che sorpassa ogni conoscenza”…

Le risposte che trovo oltre le funzioni del cervello e oltre i confini della conoscenza sperimentale sono sicuramente discutibili e assurde per la scienza, perché non dimostrabili, troppo campate in aria, troppo fantasiose. Effettivamente, l’esistenza dell’anima spirituale non si può dimostrare in laboratorio, tanto meno si può dimostrare l’esistenza di Dio, come d’altronde non si può dimostrare nemmeno la sua non-esistenza. Quindi…

Pur rispettando la chimica, la fisica, la biologia, la fisiologia, le neuroscienze ecc. io mi fido di un Dio infinito e onnipotente, che si è incarnato per amore e vive nel creato e dentro di me, “divinizzandomi”. È questo che mi porta oltre. Questo è l’oltre.

E poiché credo questo, sono rimasta delusa dagli atteggiamenti di certa Chiesa che, forse per adeguarsi ai tempi e non apparire troppo ingenua e sprovveduta, da un lato afferma teologicamente l’onnipotenza di Dio, ma dall’altro, nella pratica, le pone dei limiti, la adatta ai criteri di oggi, al nostro buonsenso di oggi – quindi in un certo senso la mette in dubbio – come se oggi l’uomo avesse il potere di gestire anche Dio, come se oggi Dio non fosse più libero di essere onnipresente e onnipotente nella nostra realtà di “moderni” e nella nostra vita quotidiana così tecnologica.

Tra l’altro, mi aveva disturbato sentir ripetere dal pulpito che i sogni sono fenomeni soltanto psicologici e che cercare di attribuirvi un senso religioso è un’ingenua credenza popolare.

Poiché ho sempre fatto dei sogni molto significativi che costituivano per me esperienze vere e proprie, perciò anche determinanti per la mia vita, e soprattutto poiché la Sacra Scrittura è costellata di sogni, ho cercato di approfondire questo argomento perché era evidente che qualcuno si sbagliava: Dio o i preti? Dio o gli scienziati? A chi credere?

Il libro “Io dormo, ma il mio cuore veglia” (2000) è il frutto di questa mia ricerca sui sogni notturni che per me, cristiana, non possono e non devono avere un significato e un valore sempre e soltanto psicologico, “umano”. Verificavo così che, contrariamente a quanto sostengono le Scritture, nella Chiesa c’è disagio e imbarazzo di fronte a questo argomento; una reticenza, se non addirittura una chiusura decisa nei confronti dei sogni, come fossero un tabù pericoloso, in balia di pagane interpretazioni psicanalitiche o perfino una minaccia di superstizione.

Ho cercato di affrontare questo argomento nel modo più libero e aperto possibile, per ritrovare quella dimensione religiosa e cristiana che i sogni hanno sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, pur senza sottovalutare o ignorare le teorie scientifiche.

E poiché ogni libro che scrivo è un’esperienza che mi rivela a me stessa, affrontare il tema dei sogni mi ha portato ad allargare l’orizzonte e a prendere in considerazione una dimensione di me che mi appartiene profondamente da sempre: l’importanza delle immagini. Ho iniziato così una ricerca che mi ha guidata in un viaggio interiore da cui è nato “L’Aquila screziata di rosso” (2014). Scrivere quelle pagine è stata un’esperienza fondamentale, che ha fatto luce nella mia vita intima rivelandomi realtà di cui non ero ancora consapevole. Quando ho cominciato a scrivere, ovviamente sapevo benissimo di cosa intendevo parlare, e cioè dell’importanza vitale di essere una “rappresentazione” autentica di me stessa, ma non avevo la minima idea di come avrei sviluppato l’argomento. Immagini e pensieri sono cominciati a fluire quasi a sorpresa man mano che scrivevo, e non solo senza che potessi prevedere come si sarebbe sviluppato quel viaggio dentro di me, attraverso ricordi, avvenimenti, incontri, sogni, immaginazioni, desideri ecc., ma nemmeno supponendo dove mi avrebbe portato. Un’esperienza davvero singolare, che ha ulteriormente ampliato il mio interesse per le immagini: sogni notturni, sogni ad occhi aperti, fantasie, e tutte le immagini del mondo e della storia che oggi ci invadono sempre più aggressivamente dall’esterno.

Il fatto più rilevante è stato che il termine di quel viaggio mi apriva un orizzonte inatteso; l’arrivo si rivelava un nuovo punto di partenza; la fine di quel cammino si rivelava l’inizio di una nuova esplorazione che mi si imponeva con un’urgenza sempre più forte.

E così nel 2016 ho intrapreso un’altra ricerca che mi ha guidato in un viaggio ancora più affascinante e mi ha fatto scoprire realtà inesplorate attraverso l’anima delle immagini.

La lunga bibliografia che ho inserito non è un’esibizione di cultura, affatto: è parte integrante del mio viaggio. Si tratta di incontri con gli autori che, attraverso le loro opere, mi hanno offerto conferme dei miei pensieri, stimoli per approfondirli o provocazioni per meglio chiarirli a me stessa, e che perciò hanno contribuito efficacemente ad alimentare e sviluppare il soffio vitale delle mie immagini, l’anima del mio “teatro”.

Il punto di partenza era il bisogno di approfondire il mio rapporto con le immagini, partendo dal presupposto che le immagini ci avvolgono, ci penetrano e ci nascono dentro, ci influenzano la vita e plasmano la nostra anima; soprattutto, le immagini costituiscono la realtà del nostro io, durante la notte e durante il giorno, quando dormiamo e quando siamo svegli, perché contribuiscono a modellare la nostra vita interiore e anche la rivelano, in quanto sono interpretazioni del mondo esterno come noi l’abbiamo recepito ed elaborato, perciò sono manifestazioni della nostra essenza.

Ho desiderato condividere i miei pensieri sul valore delle immagini e la mia “scoperta” sull’importanza di appropriarsi delle immagini come di realtà vive, non solo come strategia per costruirsi un’anima sempre più consapevole e libera di rivelarsi anche attraverso allegorie, simboli, metafore, ma anche per poter entrare in contatto con gli altri tramite l’anima e, così svincolati dai limiti del corpo fisico per sublimarlo (“Il corpo è vita”, ha detto il filosofo Emmanuel Levinas), intervenire concretamente nella storia.

Ho voluto condividere la mia “scoperta” della bellezza di “rappresentarsi”, cioè di fare teatro davanti a Dio e davanti al mondo, la grandezza di essere teatro, teatro autentico, libero, teatro audace per il coraggio di mostrarsi come si è, emancipati il più possibile dalle regole sociali e dai condizionamenti fisici e personali, senza con questo ledere la libertà degli altri, tutt’altro: diventare liberi di essere ciò che si è per compiere se stessi e prendersi cura dell’altro, partecipando efficacemente alla vita del mondo.

E così eccomi a completare un pellegrinaggio interiore iniziato per il bisogno di trovare risposte a certe provocazioni sulla banalità dei sogni, proseguito allargando lo sguardo sulla mia esperienza personale in cui i sogni della notte si intrecciano con le immagini del giorno e rappresentano il mio bisogno di diventare veramente cristiana nel grembo di un’Aquila infinita, ed infine approdato sulla riva di un nuovo oltre, dove esprimo, fuori da ogni metafora, quanto ho concretamente sperimentato e intimamente vissuto, ciò che ho compreso ed in cui sempre più fermamente credo, cioè il senso definitivo dell’essere teatro e la volontà di riuscirci.

Un viaggio che sicuramente non è concluso, perché lo scenario della vita è sempre imprevedibile e gli itinerari del cuore sono in continua evoluzione, ma che desidero condividere come una mia esperienza intensa e positiva. E se mi soffermo un po’ troppo sui momenti oscuri, non è perché pensi che la vita sia soltanto “una valle di lacrime”, anzi, la vita è bellissima e preziosa sempre, anche nei tempi di buio. Penso però che nessuno ha bisogno di suggerimenti per vivere la gioia, mentre tutti abbiamo bisogno di aiuto e di sostegno quando siamo in difficoltà e, se non vogliamo sprecare neppure un istante della nostra esistenza, dobbiamo trovare un senso anche alle situazioni più difficili.

Nessuno cerca la sofferenza, assolutamente. E se non sempre la si può evitare, c’è modo e modo di viverla. La soluzione non è ignorare il dolore e fingere che “va tutto bene”; non è subirlo e lasciarsene schiacciare; non è neanche “sopportarlo”, ma è scoprirne un senso per trovare il modo di non soffrire a vuoto, di non soffrire “per niente”. Il punto allora è come vivere la sofferenza: nella ribellione, o con sopportazione, o come offerta. Poiché ho trovato per me un modo per valorizzare ogni circostanza della mia vita, compreso il dolore, ho sentito il bisogno di condividere la mia esperienza. Con l’augurio che per nessuno ci siano sofferenze inaccettabili e momenti negativi da cancellare, e i sogni di nessuno rimangano confinati nella notte, e per nessuno le immagini del giorno rimangano vuote fantasie, e i ricordi e i desideri inutili distrazioni, e le relazioni con gli altri problemi da schivare, affinché in ognuno tutto possa rigenerarsi di continuo, acquistare un senso sempre nuovo, un valore sempre nuovo, e recuperare la bellezza e l’armonia dell’unità perduta.

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