La preghiera dal profondo

La preghiera
Pregare dal profondo

Il Salmo 29 inizia con queste parole: “Dal profondo a te grido, o Signore”.

Andiamo a vedere che cos’è questo “profondo”, perché è da lì che sgorga la vera preghiera.

Nel Vangelo troviamo l’esempio di due persone che vanno nel tempio a pregare: il fariseo e il pubblicano (Lc 18,9-14). Il fariseo, che vuole salire al cielo, conquistare Dio a forza di braccia; il pubblicano invece se ne sta prostrato, annientando se stesso.

Sono due vie diverse: la via della salita e quella della discesa.

Molti scelgono la prima, quella della salita, cioè la conquista di Dio con le proprie perfezioni; il che è una vera e propria illusione, perché Gesù ci indica invece la seconda via.

Se vi chiedessi: “Si va in Paradiso con le braccia o con le gambe? Con le mani o con i piedi?”, la risposta giusta che dovreste darmi sarebbe: con i piedi! Le braccia sono di uno che scala una montagna; i piedi sono di uno che scivola su una buccia di banana e cade nel profondo. Quindi bisogna scegliere la seconda via. Tutti noi vorremmo piuttosto avvicinarci a Dio con l’esercizio della nostra perfezione: così possiamo sentirci graditi a Lui, perché stiamo facendo il nostro dovere. Nessuno scivola volentieri su una buccia di banana, nessuno vuole sprofondare deliberatamente nel baratro; ci prende la paura, lo sgomento. Ecco perché è una via difficile. Eppure, prima di pregare, bisogna scivolare nel profondo di se stessi.

Scrive Isacco il Siro, un grande padre orientale: “Colui che per un’ora geme su se stesso è più grande di colui che insegna all’universo. Colui che conosce la propria debolezza è più grande di colui che vede gli angeli. Colui che segue contrito Cristo è più grande di chi gode il favore delle folle nelle chiese”.

Quando una persona sceglie Dio, come avviene nella vita religiosa, parte in genere con il segreto orgoglio di realizzare se stesso, di raggiungere la propria perfezione in questa via. Il che è anche un bene, intendiamoci, tanto che il Signore sfrutta questo richiamo, poiché il desiderio di realizzare se stessi nella santità è giusto, ma poi dopo qualche tempo ci si accorge che si conta molto su se stessi e poco su Dio. Ecco perché vengono le crisi e perché dopo anni che uno è in monastero si chiede: “Ma cosa ho realizzato? Mi sembra di essere ancora al punto di partenza! Ero meglio quando sono entrato, allora avevo un fervore… facevo delle penitenze incredibili, mi sentivo tutto di fuoco! Adesso la mia vita è misera, ripetitiva, stancante, mi sembra di avere perso la spinta”.

Niente affatto! Il fatto è che allora avevo la spinta di darmi a Dio e di realizzare grandi cose. Il Signore ha usato questo entusiasmo, poi mi ha fatto vedere il modo in cui in realtà si realizzano le grandi cose promesse, che è diverso da come avevo pensato.

L’entusiasmo, quindi, è importante. Dopo qualche incontro di spiritualità o pellegrinaggi con dei giovani, mi è capitato di ricevere telefonate dalle loro mamme che si lamentavano: “Ora mio figlio va sempre in chiesa, non pensa ad altro, sembra come invasato”. “Cara signora – rispondevo – se suo figlio non si entusiasma per Gesù, si entusiasmerà per Vasco Rossi.” Per qualcuno il giovane si deve entusiasmare, è nella sua natura. E, se permettete, correre dietro a Gesù è meglio che seguire Vasco Rossi.

All’inizio della vita religiosa c’è dunque questa grande spinta verso Dio.

Dopo qualche tempo l’anima comincia a conoscere la propria miseria, cioè la propria impossibilità di

toccare anche il lembo del mantello di Dio, sente di andare alla deriva, di non avere la possibilità di realizzare il grande desiderio che aveva di essere unita al Signore e di raggiungere la santità più grande. Quando uno parte, deve in cuor suo desiderare di essere santo. Nessuna vettura di Formula Uno parte in prima fila per arrivare ultima; nessun finalista dei cento metri piani delle Olimpiadi corre per arrivare quinto: si corre per arrivare primi. Guai se non avessimo questa spinta interiore, perché Dio vuole grandi cose! Dopo vent’anni uno confessa amaramente: “Sento di non aver realizzato niente, di avere sciupato la grazia di Dio”; avverte il senso della sua lontananza… Ma è proprio lì che Dio vuole portarlo!

Questo progetto di apparente fallimento non è casuale, ma voluto da Dio. Non è vero che la nostra natura umana non stia realizzando nulla, perché in realtà è il Signore che ci sprofonda in questo abisso. Ci vuole portare, in altri termini, nel fondo di noi stessi, là dove io conosco solo la mia impotenza, la mia miseria, la mia lontananza. Quando tocco questo fondo, finalmente grido: “Signore aiutami!”

E quando la preghiera viene dal profondo, viene esaudita.

Se la preghiera viene da metà strada o quando siamo ancora alla superficie, come per il fariseo, essa non viene esaudita, perché non sono giunto nel fondo di me stesso: non prego col cuore. Anzi, se mi sforzo di pregare senza questo senso del mio nulla, la preghiera diviene snervante, perché non ottengo nulla e sarò indotto a pensare che Dio non mi ascolti, oppure addirittura che non esista.

Di fatto, prega bene chi ha la spina piantata nel fianco, come san Paolo che dice: “Avevo una spina nel fianco, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi. Ho chiesto a Dio per tre volte di liberarmene, ma Lui mi ha risposto: te la tieni, caro Paolo, quella spina nel fianco, perché questa ti fa pregare” (cfr 2 Cor 12,9). E proprio nel senso della tua debolezza diventerai forte.

Da questa debolezza scaturisce la mia preghiera, che affonda le proprie radici nella totale povertà dell’uomo. Anche chi fa miracoli è un pover’uomo, anche i santi rimangono uomini deboli e peccatori, anzi, i santi sono quelli che più di chiunque altro hanno toccato questo fondo. San Francesco diceva di sé stesso: “Io sono peggio di Lucifero”.

Tratto da “La preghiera” – Autore Serafino Tognetti

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