La vita racchiusa tra due grida

aiutami Signore
La vita racchiusa tra due grida

Quando tocco il fondo di me stesso, comincio a gridare: “Signore, liberami da questa miseria terribile, non voglio essere così miserabile!”. Questo è un grido di angoscia e insieme di speranza.

È il grido primordiale del bambino. Infatti, cosa fa il bambino quando esce dal ventre materno? Dice forse: “Ciao mamma, sono arrivato! Che bello il mondo!”. No, viene nell’esistenza e la prima cosa che fa è di emettere un grido. Oltretutto l’esperienza del parto, se non è una cosa semplice per la mamma, non lo è neppure per il bambino; nessuno ha mai ha intervistato il bambino appena nato per chiedergli come è andata. La nascita, il passaggio del parto, è senza dubbio un’esperienza traumatica e il bambino, che non ha ancora le parole per esprimersi, la prima cosa che fa è l’urlo del vagito.

Il bambino è l’immagine dell’estremo bisogno.

Non solo nell’atto del nascere, ma anche in quello del morire sovente l’ultima parola è un gemito, un grido. Ci dicono che le frasi di Gesù sulla croce furono sette, ma questo è un errore: furono otto.

Infatti nei vangeli sinottici si trova scritto “E Gesù, dando un forte grido, spirò” (Mc 15,37).

Il Signore non morì in silenzio, ma lasciò questa

terra al termine della propria dolorosa missione elevando un terribile grido dall’alto della croce.

Quando non c’è più una parola da dire, quando sono state dette tutte, quando la sofferenza dell’uomo crocifisso non ha più modi di esprimersi, quando il dolore è eccedente, vi è il grido.

Gesù ha toccato il fondo, il suo fondo, ed è il grido del Figlio di Dio il punto terminale dell’angoscia di Gesù Cristo, o meglio del peccato dell’uomo di cui Egli si è caricato.

Se questo è vero per Gesù, ciò avviene sovente anche per la nostra morte, quando non ci sono più parole da esprimere e siamo davanti alla Verità di noi stessi, magari nel pieno di una sofferenza fisica o morale: ci sono gemiti, lamenti, singulti.

È il grido dell’uomo che entra nel Giudizio di Dio e implora pietà.

Possiamo dire allora che la vita dell’uomo si racchiude tra due grida: il grido iniziale il primo giorno e il grido finale l’ultimo. In mezzo ci sono tante parole.

Ebbene, il grido dell’uomo nel proprio fondo è presente in noi, ed è sorgente di preghiera vera. Quando dunque voglio pregare sul serio devo andare a cercare quel grido nascosto in me e tirarlo fuori, ripeterlo, farlo risuonare.

A noi invece hanno insegnato a reprimere le urla. Quando io ero bambino mia mamma mi diceva:

“Non gridare, non far baccano, non urlare, dai fastidio, fai confusione”. Allora il bambino percepisce che non è bene urlare, e si mette buono. Ma durante la preghiera è permesso gridare! Bisogna gridare, altrimenti essa non è ascoltata. Intendiamoci, non è che ci dobbiamo mettere a gridare come forsennati durante i Vespri, o che le monache debbano urlare dalla mattina alla sera nei corridoi, altrimenti la vita del monastero diventerebbe un manicomio… Il grido è interiore, col cuore, emerge dal nostro fundus animae – come diceva san Giovanni della Croce – che fa vibrare la pena che si ha interiormente: io grido per il male che è in me e per il male che è nel mondo.

Tratto da “La preghiera” – Autore Serafino Tognetti

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