Salute e malattia

Salute e malattia

I Padri definiscono la salute dell’uomo come lo stato di perfezione al quale egli è destinato per natura. La perfezione per l’essere umano consiste nell’essere deificato: è inscritto nella sua stessa natura di divenire Dio per grazia. Dio infatti ha creato l’uomo “a sua immagine e somiglianza” (Gen 1,26).

Al momento della sua creazione, l’uomo possedeva già una certa perfezione. Innanzitutto la perfezione delle sue facoltà spirituali, in particolare la sua intelligenza, imitazione di quella di Dio, capace di fargli conoscere il suo Creatore. Poi la sua volontà libera, creata a immagine di quella di Dio e che lo rende capace di orientare tutto il suo essere verso Dio. Inoltre tutte le potenze di desiderio e d’amore che sono nell’uomo, e che sono aspetti della carità divina riprodotti in lui, gli permettono di unirsi a Dio.

La perfezione delle facoltà dell’uomo proviene da una parte dal fatto che esse sono create da Dio ad immagine delle Sue stesse facoltà e perciò sono nell’uomo un’icona della facoltà divine, e d’altra parte dal fatto che creano in lui la capacità di assimilarsi completamente a Dio, a condizione che non si allontanino da Lui pur avendone la libertà, ma si aprano permanentemente e totalmente alla Sua grazia.

Scrive Gregorio di Nissa: “C’è in noi dunque ogni sorta di bene, ogni virtù, ogni sapienza, e tutto ciò che si può pensare di meglio”.

Le virtù sono dunque inerenti alla stessa natura dell’uomo, e non qualità che gli saranno in qualche modo date in aggiunta.

Ma non gli sono date pienamente compiute: la loro realizzazione suppone la partecipazione attiva dell’uomo al disegno di Dio, la collaborazione di tutte le sue facoltà alla volontà divina, la libera apertura del suo essere totale alla grazia di Dio.

Adamo possedeva le virtù in germe, ma doveva farle crescere per portarle al loro compimento.

L’immagine di Dio inscritta nell’uomo gli conferisce la possibilità di realizzare la somiglianza con Lui, e questa somiglianza si realizza attraverso la libera partecipazione dell’uomo alla grazia deificante di Dio, per mezzo della volontà.

Proprio in virtù della perfezione che Dio aveva voluto per lui, l’uomo possedeva anche una libertà totale, che gli consentiva di unirsi a Dio, ma anche di rifiutarsi di collaborare con Lui per realizzare il Suo disegno.

Per aiutarlo a usare bene della sua libertà, Dio gli aveva dato un ordine: “Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti»”. (Gen 2,16-17).

La libertà si sarebbe manifestata pienamente nella possibilità di scegliere Dio o di rifiutarlo.

Attraverso questa scelta mantenuta costante e stabile con il libero arbitrio, Adamo si conservava nel bene in cui era stato creato e se ne appropriava sempre di più.

In questo stato primordiale, in cui realizzava la finalità vera della sua natura, Adamo pregava Dio continuamente, lodando e glorificando sempre il suo Creatore; coltivava nella sua anima pensieri divini, e viveva in una permanente contemplazione di Dio. Lo vedeva in ogni essere, lo vedeva anche in se stesso, perché la purezza della sua anima gli permetteva di contemplarvelo come in uno specchio. Egli poteva anche godere della visione di Dio faccia a faccia, e intratteneva con Dio relazioni di familiarità (“udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno…” – Gen 3,8). La vita era per Adamo senza amarezza e senza tristezza.

Lo stato paradisiaco in cui l’uomo viveva secondo la sua natura primordiale appariva così come uno stato di salute in cui egli ignorava ogni forma di malattia, sia nell’anima che nel corpo, e in cui viveva una vita totalmente normale, perché conforme alla sua natura e alla finalità vera di essa.

Col peccato originale Adamo si è allontanato dalla via in cui Dio lo aveva posto al momento della sua creazione: ha deviato dallo scopo della sua natura, è venuto meno alle finalità per cui era stato creato.

Avendo cessato di tendere verso Dio con tutto il suo essere e di aprire tutte le sue facoltà alla grazia di Dio, lo specchio della sua anima si è oscurato e non ha più potuto riflettere il suo Creatore; avendo cessato di partecipare alla Fonte di ogni perfezione, in lui le virtù si sono indebolite ed egli ha perduto la somiglianza con Dio.

Da quel momento l’uomo dimentica qual è la sua vera natura, ignora il suo vero destino, non sa più qual è la sua vera vita, e perde ogni nozione della sua salute originaria.

Benchè in seguito l’umanità abbia potuto, grazie alle voci ispirate dei profeti, ritrovare in qualche misura il senso di Dio, è soltanto per mezzo dell’Incarnazione del Cristo che l’umanità viene pienamente reintegrata nella sua natura originale.

Il Cristo, divenuto perfettamente uomo senza smettere di essere Dio, restituisce alla natura umana la pienezza e l’integrità della sua perfezione originaria condotta al suo compimento.

Cristo è il modello visibile e compiuto dell’uomo nuovo, nel quale l’umanità decaduta è chiamata a rinnovarsi, del quale ogni uomo è invitato a riprodurre in sé l’immagine e ad acquisire la somiglianza: l’uomo non è veramente uomo se non essendo Dio in Cristo.

“Dio si è fatto uomo affinchè l’uomo possa diventare Dio”, proclamano i Padri.

Nel Cristo è rivelato chiaramente all’uomo l’archetipo della sua vera natura. Vivere in modo perfetto consiste perciò, per l’uomo, nel somigliare a Cristo, nell’assimilarsi a Lui e nel divenire Dio in Lui.

Solo in Cristo l’uomo può essere se stesso.

Solo volgendosi verso Dio egli diviene veramente uomo.

O l’uomo è uomo-Dio, o non è affatto.

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